Sogno una carriera lunga, ben fatta, sana e senza follie

( Alessandra Giorda) Sul palco dell’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino questa sera per l’attesissima Messa da Requiem di Verdi un vero e proprio “fuoriclasse” della lirica acclamato in ogni parte del mondo: Saimir Pirgu. Umiltà e modestia lo rendono ancora più apprezzabile e fanno si che non desideri essere nominato come Star della lirica anche se di fatto lo è. La critica lo osanna ed il pubblico va in visibilio quando lo sente cantare. A solo 16 anni aveva già completato gli studi di violino in Albania. A 21 anni ha vinto il Primo Premio al Concorso Caruso ed il Primo Premio al Concorso Tito Schipa, a 22 è stato il solista più giovane mai apparso in ruolo principale al Festival di Salisburgo ( Ferrando, in Così fan tutte ). Successivamente ha vinto altri prestigiosi Premi. Scelto da Woody Allen per il suo primo film da regista,  interpreta il ruolo di Rinuccio in Gianni Schicchi alla Los Angeles Opera con gran successo. Nel 2017 quando ha ricevuto la nomination ai Grammy Award nella categoria “Best Opera Recording” con l’opera King Roger. Il tenore albanese, naturalizzato italiano, è impegnato nel sociale e sempre attento ai meno fortunati.  E’ una Stella della Lirica nel teatri, ma un uomo senza velleità da divo nella vita quotidiana. Tutto questo e molto altro nell’intervista a seguire.

Sei tra i protagonisti ne “La Messa da Requiem”, per il secondo concerto di Stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino sotto la guida del direttore principale James Conlon. Cosa ti aspetti dal pubblico sabaudo?
Onestamente spero di accontentare le aspettative del pubblico, in quanto è la prima volta che collaboro con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e l’unica volta che ricordo di aver cantato a Torino è stata nel 2009 in un Requiem di Mozart con il Maestro Claudio Abbado. Sono felice di poter cantare il Verdi Requiem con questa orchestra meravigliosa ed insieme al Maestro Conlon con cui collaboro ormai da molti anni.

 

“La Messa da Requiem” di Verdi è un vero e proprio capolavoro sinfonico-corale. Cosa ne pensi? In passato nella medesima sei stato diretto da M° Riccardo Muti a Salisburgo. Un ricordo?
Concordo pienamente! E’ un capolavoro assoluto della musica destinato a stupire e rimanere integro in eterno. Ho un ricordo bellissimo che mi lega a questa Messa ovvero quello di quando fui chiamato ad eseguirla per la mia prima volta al Festival di Salisburgo con i Wiener Philharmoniker e la direzione del Maestro Riccardo Muti. Fu uno dei momenti più importanti della mia carriera e ricordo ancora che ero emozionatissimo soprattutto per la grande responsabilità e fiducia riposte in me dal Maestro Muti per debuttare questo capolavoro in una piazza così importante.

Foto -Fadil Berisha

Nella tua brillante carriera, l’attività concertistica la fa da padrona. Dove ti senti più a tuo agio, in un’esibizione durante un concerto o all’interno di un’opera lirica?
Nonostante i tanti concerti eseguiti in giro per il mondo mi considero maggiormente un cantante d’opera proprio per la mia costante voglia di respirare il teatro. Essere un cantante lirico per me significa soprattutto vivere l’opera nel teatro ed è qui che trovo la massima realizzazione del mio sogno che porto dentro da bambino.

Ora volgiamo lo sguardo al glorioso passato che ti vede un vero enfant prodige, poiché a soli 16 anni avevi già completato gli studi in violino nella “tua Albania”. Com’è nata la passione per il violino?
Quella per il violino non è stata una vera e propria passione come lo è stata invece quella per la musica in generale ed in particolare per il canto. Sin da piccolissimo, infatti, ho sempre amato cantare, eseguivo canzoni popolari davanti a piccoli pubblici di amici e conoscenti. C’è da dire anche che in Albania, quando ero in prima elementare, il sistema comunista, ormai agli sgoccioli, seguiva ed incentivata il sistema scolastico albanese attraverso vari corsi musicali come attività extrascolastiche e diverse opportunità di praticare l’arte da parte dei bambini predisposti. Un po’ per scelta e un po’ per imposizione del sistema mi ritrovai a studiare il violino, mi diplomai, ma non smisi mai di cantare. Lo studio dello strumento mi ha permesso di affinare il mio orecchio ed ottenere una solida base musicale grazie alla quale sono riuscito a scalare le varie tappe dello studio del canto con molta velocità.

Nel 2002 vinci il Premio Caruso e Tito Schipa. Un altro fantastico traguardo raggiunto in giovanissima età e nel 2009 il Premio Franco Corelli. Che sapore hanno tutti questi premi e questi grandi miti della lirica?
Li ritengo capisaldi della storia della lirica e l’aver ricevuto questi riconoscimenti dedicati alla loro memoria ha aiutato tantissimo i miei inizi di carriera soprattutto perché, per un giovane quale ero all’epoca, hanno costituito dei forti incoraggiamenti che mi sono stati molto utili nel proseguire la strada del canto.

A soli 22 anni hai debuttato nel ruolo di Ferrando in Così fan tutte. Sei stato il solista più giovane mai apparso in un ruolo principale al Festival di Salisburgo. Una bella soddisfazione. Proprio a Salisburgo, terra di Mozart, due enfants prodiges a distanza di secoli. Cosa rammenti di quel meraviglioso evento nel 2003?
Cantar Mozart così giovane è stata una sfida che col senno di poi non avrei mai compiuto. Da ex violinista con un forte intuito musicale ho potuto comunque cantare quest’opera difficilissima senza tanta coscienza vocale: all’epoca ero troppo giovane e il mio intuito musicale mi guidava. Oggigiorno quando riascolto le registrazioni da un lato mi sento un incosciente ad aver azzardato così tanto mentre dall’altro lato ammiro la mia voglia di cantare e determinazione nell’affrontare una situazione, un pubblico e un direttore così importanti.

Foto -Fadil Berisha

Woody Allen ti ha scelto per il suo primo film da regista dove tu hai interpretato il ruolo di Rinuccio in Gianni Schicchi alla Los Angeles Opera. Un’opportunità che ti porta anche ad aprire nuovi orizzonti. Com’è stata quest’esperienza ? Ne faresti una nuova?
Fu nel 2008 quando Placido Domingo decise di inaugurare la stagione della Los Angeles Opera con il Gianni Schicchi che segnò il debutto il Woody Allen nella regia operistica. Ho avuto la fortuna di collaborare con Allen, di apprender molto da lui e di accostarmi ad un mondo completamente nuovo e molto più cinematografico di gestire una regia d’opera. Sono sempre stato aperto alle nuove esperienze e al confronto con altri mondi, in quanto penso rappresentino sempre un motivo di crescita non solo intellettuale, ma anche culturale.

Sei stato anche Ambasciatore del Down Syndrome Albania, Fondazione che dal 2013 si occupa dei bambini affetti dalla Sindrome di Down. Come ti poni nei confronti dei più disagiati e dei meno fortunati?
Sono orgoglioso di essere ambasciatore dal 2013 dell’associazione Down Syndrome Albania e di contribuire alla sensibilizzazione delle persone relativamente a questo tema. Sono fiero di aver dato il mio apporto nella creazione di questa associazione in un paese come l’Albania dove la Sindrome di Down era prima del 2013 ancora un tabù. Sono stato e sono tutt’ora una persona fortunata e l’aiutare chi non lo è, oltre che riempirmi di gioia, mi permette di affrontare meglio la vita e il rapporto con il prossimo e mi rende ancora più consapevole di quanto siamo fortunati nella nostra vita e di quanto io personalmente sia fortunato nel praticare un’arte che aiuti e renda felici gli altri: con la mia voce sono riuscito a dar voce a delle persone bisognose.

Usando il linguaggio calcistico potresti essere definito un “bomber”, in quello dello spettacolo sei una vera e propria Star. Quando sei solo con te stesso cosa ti dici ripensando alla carriera fatta fino ad ora? Quanto è difficile mantenere il contatto con la realtà tu che ormai sei in vetta all’Olimpo della Lirica?
Nonostante i momenti di riflessione siano moltissimi, tendo sempre a pensare al futuro più che al passato. Sono indubbiamente felice per ciò che ho costruito, ma ancor più felice di poter costruire ancora. Quello del cantante è un mestiere che richiede grandi sacrifici e soprattutto una fortissima determinazione. Una volta calato il sipario si torna alla solitudine, una caratteristica che accomuna tutti noi artisti, difficile da affrontare e con cui siamo costretti a convivere; dopo una produzione o un concerto sono pronto a spostarmi per una nuova meta, un nuovo impegno; vivo più di 300 giorni all’anno in giro per il mondo e il desiderio di casa è sempre forte ed è per questo che cerco per quanto più mi è possibile di coltivare gli affetti, gli amici e la famiglia, anche a distanza, mantenendo estremamente saldo il mio rapporto con la realtà e la vita di tutti i giorni. Ci sono però anche molti aspetti positivi di questo mestiere come potersi addormentare a New York e risvegliarsi e andare al lavoro a Sydney, scoprire nuovi luoghi durante i giorni di riposo, confrontarsi con nuove culture, imparare nuove lingue. Un applauso sincero del pubblico, poi, ci ripaga pienamente di ogni sacrificio ed è proprio questo il bello del nostro mestiere.

 

 Coltivi ancora qualche sogno per la tua carriera? 
Devo dire che ho già realizzato moltissimi dei miei sogni e che puntualmente, una volta realizzati, inizi a sognare ancora e a desiderarne di altri. Per il mio grande sogno attuale posso dirti di esserci andato vicino nel 2017 quando ho ricevuto la nomination ai Grammy Award nella categoria “Best Opera Recording” con l’opera King Roger. Sarebbe un sogno ricevere un giorno un Grammy con un Solo Album, mi piacerebbe tantissimo. Il sogno della mia vita rimane però quello di riuscire ad offrire tutto quello che ho per più tempo possibile. Sogno quindi una carriera lunga, ben fatta, sana e senza follie.

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